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Formia

Lino Banfi a Formia, la drammaturgia di un comico tra tradizione e attualità

di Francesca De Meo

07 luglio 2019

Soffierà 83 candeline tra due giorni, ma la sua simpatia e quella verve pugliese che conserva con naturalezza, lo incoronano il comico più amato di tutti i tempi.

E’ Lino Banfi, ospite della penultima serata del Festival della commedia italiana a Formia.

Sul palco del piazzale Aldo Moro, tra sketch, battute e aneddoti, ha intrattenuto gli spettatori in un abbraccio collettivo che ha unito intere generazioni.

L’arte del saper far ridere l’ha coltivata pian piano, anche quando i conti non tornavano e il posto in banca sembrava la sola soluzione per una vita normale.

Eppure del Pasquale Zagaria resta l’umanità e il forte attaccamento alle origini. E non è stata di certo la scelta di uno pseudonimo, così come consigliato da Totò durante un incontro, a impedire di sacrificarsi per raggiungere la vetta del successo.

All’età di 18 anni è partito da Andria per tentare l’avventura nel teatro di varietà a Milano. In quella valigia piena di sogni e di speranze, cosa troviamo oggi?

La valigia c’è sempre, perché non va mai buttata. Dallo spago sono passato al foulard e ad un po’ di lucido per ricoprirla di pelle. Molti sogni li abbiamo tirati fuori con tanta esperienza e gavetta assieme a mia moglie. Con lei ci siamo sposati che eravamo dei ragazzini, affrontando la mia ascesa nel mondo dello spettacolo, i debiti, i momenti di tristezza e malinconia. Mi manca un piccolo premio. Dopo più di 100 film mi piacerebbe avere un coniglietto di peluche, che non è un leone d’oro, bensì un simbolo. Ho ricevuto innumerevoli onorificenze, che mi fanno piacere, ma ho da dire ancora molto.

Di cosa ha bisogno attualmente la commedia italiana per essere interpretata allo stesso modo del periodo del boom economico?

Fare il paragone con il passato, con personalità illustri come Ugo Tognazzi o Alberto Sordi non serve. Questa vecchia scuola è difficile da riproporre a causa dell’avvento della tecnologia che trasforma il prodotto in usa e getta. Non abbiamo più voglia di capire e ascoltare.

Tra gli attori conosciuti, c’è qualcuno con cui ha stretto un rapporto al di là del set?

Con Gian Fabio Bosco, del duo Ric e Gian, e Nino Manfredi. Avevamo un profondo legame, ma sono scomparsi troppo presto. Ricordo che Nino disse al fratello oncologo “mi sa che ci siamo fatti un altro fratello”.

Ha contribuito ad incrementare la sua fama il personaggio di nonno Libero nella fiction televisiva “Un medico in famiglia”. Ci racconti il lavoro dietro quel ruolo.

Non vedevo l’ora di rivestire i panni di un nonno che ha sulle spalle il peso della famiglia. Rispecchiava me stesso e il senso di responsabilità verso i rami sempre verdi di un albero secolare.

Dal 2001 è ambasciatore dell’Unicef. Cosa rappresentano per lei i bambini?

Mi sono recato in Angola, Eritrea, Bangladesh, luoghi che porto nel cuore e dove ho toccato con mano la povertà, la fame e la guerra. Quando tornavo a Roma, sentivo di aver vinto al superenalotto per l’azione di bontà compiuta.

Difficile è mantenere una complicità di coppia, superando i periodi bui, come successo con sua moglie Lucia. Qual è il segreto di una storia d’amore?

Cementare insieme. Siamo stati due bravi muratori, saldando perfettamente il calcestruzzo con i mattoni. Le cose che iniziano male, cedono prima o poi. Noi abbiamo fortificato la nostra ‘casa’, soffrendo entrambi. Avremmo dovuto godere della vecchiaia, ma zoppichiamo senza mai allontanarci un’attimo.

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